Mi barcameno anche stamani - deo gratia -
tra virus e batteri che i biologi dicono alberghino
in me di nascosto in quantità miliardarie.
Si barcamenano anche loro ma non faranno granché
finché ne troveranno altri miliardi residenti che li
prederanno in un giubileo senza pietà né misericordia
anche se qualche danno lo vengono facendo sempre più.
Sono io, dunque, una massa caotica di anticorpi?
Che vincano l’insieme degli uni o degli altri non fa
differenza, quelli che rimangono sono della stessa razza
di quelli che spariscono, e salvo qualche contrito parente
nessuno si accorgerà del giubilo dei vincitori.
Strattòno ancora i miei neuroni pidocchiosi
per sbattersi le sinapsi come meglio credono,
come il martellamento sismico tra edifici contigui,
in quella caldera flegrea che è la mia cucuzza canuta
dopo lo sprofondamento del cratere dei sentimenti
nel magma delle passioni della vita.
(lunedì, 25 aprile 2016)
Ciò di cui si può parlare non è ciò che è. C'è dell'altro sotto le crepe scure ... bellezza !
Decadence, Monsieur ... Decadence
L'ortofrutta Peppino, quello oltre il calzolaio,
dopo Natale dice che starà a casa.
Anche quattro edicole di giornali
hanno chiuso a dicembre per asfissia.
Le ghiande delle roverelle di Piazza Bassi
sono beccate con nervosismo dai piccioni,
lo spazzino comunale non passa più da mesi.
Le foglie secche e le cartacce
sono padrone dei marciapiedi e i bidoni
della differenziata sono rovesciati
da tempo davanti a Banca Marche,
come arredi urbani pazienti della ripresa
e indicatori della crisi anche nell'uso e getta.
Anche l'assenza di Bengalesi, Marocchini e Polacchi
davanti al Carrefour sono un brutto segno.
La verve dei vecchietti in affari perenni
a Piazza Roma è diventata messianica attesa
di un'improbabile pensione da rottamati.
Anche la mia penna tira il fiatone
in questo Natale stanco e senza bancarelle.
Mentre io sto in un cantuccio arcaico
che è la caldera delle mie sinapsi.
(martedì 22 gennaio 2016 - Omaggio a Vladimir Vysotsky, La caccia ai lupi,
qui trovi le parole)
dopo Natale dice che starà a casa.
Anche quattro edicole di giornali
hanno chiuso a dicembre per asfissia.
Le ghiande delle roverelle di Piazza Bassi
sono beccate con nervosismo dai piccioni,
lo spazzino comunale non passa più da mesi.
Le foglie secche e le cartacce
sono padrone dei marciapiedi e i bidoni
della differenziata sono rovesciati
da tempo davanti a Banca Marche,
come arredi urbani pazienti della ripresa
e indicatori della crisi anche nell'uso e getta.
Anche l'assenza di Bengalesi, Marocchini e Polacchi
davanti al Carrefour sono un brutto segno.
La verve dei vecchietti in affari perenni
a Piazza Roma è diventata messianica attesa
di un'improbabile pensione da rottamati.
Anche la mia penna tira il fiatone
in questo Natale stanco e senza bancarelle.
Mentre io sto in un cantuccio arcaico
che è la caldera delle mie sinapsi.
(martedì 22 gennaio 2016 - Omaggio a Vladimir Vysotsky, La caccia ai lupi,
qui trovi le parole)
Non c'è posto per pisciare qui
Ti sei fatto la tana su misura
scorfano d'un presuntuoso parassita
e l'hai riempita di birilocchi.
Ora ti toccherà crepare anche a te
e lascerai tutto lì che i tuoi spolperanno
come miele caduto dal cielo.
Sarai mangiato da grossi bacherozzi
e non ci sarà nessuno a proteggerti,
poi, satolli, creperanno anche loro.
Per mancanza di tutto, sotto un coperchio
zincato e saldato a stagno
come il sarcofago di un imperatore decaduto.
L'umido degli scoli corromperà legno e stagno
nella calma del tempo, che tu voglia
oppure no, aumentando l'entropia.
E se non ti avranno sloggiato prima
nell'ossario comunale, tutto ti crollerà
con i calcinacci marcio addosso.
Vento polvere e, prima, gli sterpi
oblieranno nei secoli quel posto
senza traccia del tuo passaggio
terreno e tanto meno celeste.
(martedì 6 ottobre 2015)
scorfano d'un presuntuoso parassita
e l'hai riempita di birilocchi.
Ora ti toccherà crepare anche a te
e lascerai tutto lì che i tuoi spolperanno
come miele caduto dal cielo.
Sarai mangiato da grossi bacherozzi
e non ci sarà nessuno a proteggerti,
poi, satolli, creperanno anche loro.
Per mancanza di tutto, sotto un coperchio
zincato e saldato a stagno
come il sarcofago di un imperatore decaduto.
L'umido degli scoli corromperà legno e stagno
nella calma del tempo, che tu voglia
oppure no, aumentando l'entropia.
E se non ti avranno sloggiato prima
nell'ossario comunale, tutto ti crollerà
con i calcinacci marcio addosso.
Vento polvere e, prima, gli sterpi
oblieranno nei secoli quel posto
senza traccia del tuo passaggio
terreno e tanto meno celeste.
(martedì 6 ottobre 2015)
Piccioni e senatori al sole
Non c'era già più la vecchia grassa con le caviglie gonfie,
solo pedoni in diagonale e tangenti alla fontana dei cavalli,
neanche i piccioni, che se ne stavano sui tetti al sole.
Il furgone Sicurpol esitava tra i vecchietti numerosi,
al tribunale, poi, solo signorine su tacchi a spillo con borse e faldoni.
Un cane spaurito segue la traccia olfattiva del suo padrone sciagurato.
Quattro negozi alla moda hanno chiuso sotto la Galleria Dorica,
eppure dai suoi 2 millenni e mezzo è ancora viva, sulle colline però,
dove i Piceni guardavano al sicuro le manovre del naviglio greco.
Non un barbone stamani, neanche Umbertino, andato da tempo,
neanche Giannino, che ha venduto la bancarella del corso,
ora che è senatore della Repubblica al sole e pensieroso.
Un ordine in declino nella senilità urbana che ha scialato finora.
(sabato 18 genneio 2014)
solo pedoni in diagonale e tangenti alla fontana dei cavalli,
neanche i piccioni, che se ne stavano sui tetti al sole.
Il furgone Sicurpol esitava tra i vecchietti numerosi,
al tribunale, poi, solo signorine su tacchi a spillo con borse e faldoni.
Un cane spaurito segue la traccia olfattiva del suo padrone sciagurato.
Quattro negozi alla moda hanno chiuso sotto la Galleria Dorica,
eppure dai suoi 2 millenni e mezzo è ancora viva, sulle colline però,
dove i Piceni guardavano al sicuro le manovre del naviglio greco.
Non un barbone stamani, neanche Umbertino, andato da tempo,
neanche Giannino, che ha venduto la bancarella del corso,
ora che è senatore della Repubblica al sole e pensieroso.
Un ordine in declino nella senilità urbana che ha scialato finora.
(sabato 18 genneio 2014)
La mota del tempo
Non ho calendari prima di Ghiberti
appesi alle pareti delle mie mura di forati,
non li reggerebbero, e sono andati in cantina.
L'orologio al polso, poi, non risale a prima di ieri.
Eppure è in cantina che rovisto
per avere una scansione accettabile del passato
alla ricerca di una frase, di un detto, di una ricetta
da cucina o di una prescrizione agronomica.
Mi sento più nelle cose di cantina che dopo,
ne gusto il fascino, la mia curiosità,
nell'argilloso suolo di Eraclito
che gli sciamani sarmati educarono.
E' come un crivello di cantiere la mia mente,
che trattiene l'inutile che tutti gettano.
E così del dopo Ghiberti mi rimangono
quelle perle che i maiali risputano come rospi.
Quella miscela si fa colore e sostanza
e prende struttura col tempo della canutaggine.
Non passa ora che non mi rivolto di qua o di là
per reggere insieme una collana maestra
che m'inebria ogni giorno di luce allegra.
(martedì 24 dicembre 2013)
appesi alle pareti delle mie mura di forati,
non li reggerebbero, e sono andati in cantina.
L'orologio al polso, poi, non risale a prima di ieri.
Eppure è in cantina che rovisto
per avere una scansione accettabile del passato
alla ricerca di una frase, di un detto, di una ricetta
da cucina o di una prescrizione agronomica.
Mi sento più nelle cose di cantina che dopo,
ne gusto il fascino, la mia curiosità,
nell'argilloso suolo di Eraclito
che gli sciamani sarmati educarono.
E' come un crivello di cantiere la mia mente,
che trattiene l'inutile che tutti gettano.
E così del dopo Ghiberti mi rimangono
quelle perle che i maiali risputano come rospi.
Quella miscela si fa colore e sostanza
e prende struttura col tempo della canutaggine.
Non passa ora che non mi rivolto di qua o di là
per reggere insieme una collana maestra
che m'inebria ogni giorno di luce allegra.
(martedì 24 dicembre 2013)
Otto volante con traballo
Fa un otto attorno alla fontana dei cavalli
la vecchia grassa con le caviglie gonfie
poi m'attacca bottone con simpatia.
Dice che una volta al mese fa un week-end di tre giorni fuori,
che da giovane era ballerina capace e rispettata a Civitanova,
che ancora scopa tutte le settimane col marito, il terzo.
Spero si tolga anche le buste di plastica
che porta come canottiera aggiunta
e che la birra non la scaldi troppo.
Poi mi da la mano con simpatia e riparte traballando
col suo fagotto di buste di plastica piene di buste di plastica.
E mi lascia a meditare se ho visto un fantasma a Piazza Roma.
(mercoledì 2 ottobre 2013)
la vecchia grassa con le caviglie gonfie
poi m'attacca bottone con simpatia.
Dice che una volta al mese fa un week-end di tre giorni fuori,
che da giovane era ballerina capace e rispettata a Civitanova,
che ancora scopa tutte le settimane col marito, il terzo.
Spero si tolga anche le buste di plastica
che porta come canottiera aggiunta
e che la birra non la scaldi troppo.
Poi mi da la mano con simpatia e riparte traballando
col suo fagotto di buste di plastica piene di buste di plastica.
E mi lascia a meditare se ho visto un fantasma a Piazza Roma.
(mercoledì 2 ottobre 2013)
Batteri
Mi manca Babbo. Direte voi: poca cosa!C'est la vie, monsieur!
Ma vederlo mangiare dai batteri,
allo stomaco, al fegato, alla milza,
senza poter fare granché
né io né i medici, ... c'est la vie, monsieur.
Guardava a raggiera ogni tanto tacendo.
Minuscoli, invisibili batteri
che mangiano un'omone com'era lui!
E mangeranno tutti.
anche i rispettosi jainisti.
Ce n'est que la vie, monsierur!
(domenica 1° settembre 2013)
La passeggiata del solleone
Ho visto i piccioni di piazza Roma
beccare la fibra di cocco offerta
dalla vecchia con le buste di plastica
attorcigliate addosso e le caviglie gonfie
che inveiva a non so chi in una lingua
senza suono e arida come i sassi di
una massicciata non ancora assestata.
Erano 24 che beccavano senza pace.
Due se ne stavano più in là accovacciati
al sole sulla pietra d'istria a spulciarsi
le ali e il petto. Un altro pareva morto.
In discesa sul corso, accanto al Vanvitelli
il Superfast s'ingrossa a ogni passo
e meno di quello, flotta come un rospo
in ambiente secco ma con la lingua
in avanti e il motore acceso.
Fruscia ancora quest'arietta leggera,
impensabile a casa mia, e fruscia anche
il pensiero di una partenza clandestina
verso Igoumenitsa per vedere i vecchi ulivi
e le scorrazzate del giugno 2004
prima della tempesta stupefacente
che ci ha travolto come vecchi legni
sul bagnasciuga appena sei mesi dopo.
Vorrei fare una foto ma non vedo
cose interessanti se non il vigilante
della sbarra del porto che fuma col collega
all'ombra della Banca d'Italia.
Quella motoretta ha le gomme ancora buone
ma la sella è screpolata dal sole e
c'e una leggera puzza di benzina che sfiuta
dal tappo del serbatoio assolato.
Anche il baretto all'angolo di Piazza Cavour,
verso gli archi, come me ha chiuso per esaurimento.
(martedi 30 luglio 2013)
beccare la fibra di cocco offerta
dalla vecchia con le buste di plastica
attorcigliate addosso e le caviglie gonfie
che inveiva a non so chi in una lingua
senza suono e arida come i sassi di
una massicciata non ancora assestata.
Erano 24 che beccavano senza pace.
Due se ne stavano più in là accovacciati
al sole sulla pietra d'istria a spulciarsi
le ali e il petto. Un altro pareva morto.
In discesa sul corso, accanto al Vanvitelli
il Superfast s'ingrossa a ogni passo
e meno di quello, flotta come un rospo
in ambiente secco ma con la lingua
in avanti e il motore acceso.
Fruscia ancora quest'arietta leggera,
impensabile a casa mia, e fruscia anche
il pensiero di una partenza clandestina
verso Igoumenitsa per vedere i vecchi ulivi
e le scorrazzate del giugno 2004
prima della tempesta stupefacente
che ci ha travolto come vecchi legni
sul bagnasciuga appena sei mesi dopo.
Vorrei fare una foto ma non vedo
cose interessanti se non il vigilante
della sbarra del porto che fuma col collega
all'ombra della Banca d'Italia.
Quella motoretta ha le gomme ancora buone
ma la sella è screpolata dal sole e
c'e una leggera puzza di benzina che sfiuta
dal tappo del serbatoio assolato.
Anche il baretto all'angolo di Piazza Cavour,
verso gli archi, come me ha chiuso per esaurimento.
(martedi 30 luglio 2013)
Quadrilogia dell'orcio etilico
Sceso di culla, Alifo Balnai, nella senigallietta stanca
e dalla rotonda procace ma erosa,
supplica e scongiura per i suoi compagnucci
della parrocchietta col fiasco all'anca.
Vuole guidare il perticaro perché sia suo,
e lo giura, pape satan pape satan aleppe,
da garibaldino della ruffianata si muove
felpando l'aria come l'acaro il lercio,
pennicando nelle retrovie dell'istruzione
e saltando le barricate da destra e sinistra.
-
Come un natural prospetto per la dirigenza
dove fedifrago s'avvia, grufola vanverando ebbro
alla papessa Giovanna che lo fascina
come un istrione a fiasco vuoto.
Porco lui stesso col fiasco alto in mano
getta come scartine le narcotiche perle
all'altro porco ch'el riceve prono e in piano.
Non ha copyright ma rode come un copybara
quelli degli altri elevandosi - luì memé - oltre il porcile
mentre pretende per gli altri un sobrio avvio alla bara.
-
Sul nasone a uncino fiorentino tutto era detto
ma ci mise il suo di nasone, come il cinghiale,
e divenne ... dantista nell'orto di casa sul Misa,
lui col fiasco in mano osannando i compagnucci.
Algebrista della comoda delibera
ha l'occhio sornione e ruffiano del caso
e sgarretta sdegnato e altero chi lo contraddice.
Ansia da prestazione neuronica - sentenzia lo sciamano -
e lo manda al manicomio, a curarsi l'ebete cranio
che col fiasco in mente vaneggia presenziando il collegio.
-
Si congeda dal consesso a pane salame e vino,
quello dei bottiglioni da 5 litri - per risparmio ... certo! -
e non batte ciglio allo storcere dei nasi femminili,
come lo schizogonico con cisti nell'encefalo.
Passa dal marasma congenito all'atarassico fiasco
nel volgere di una colazione di lavoro all'artistico.
Pape satan pape satan, chi meglio di me?
Codicologo del nasone fiorentino incassa prebende
all'ombra della rotonda, rifilando sòle a mitraglietta,
dai polli del municipio ammirati a naso in su.
(Lunedi 21 luglio 2013)
Vocabolario Accademia Della Crusca
e dalla rotonda procace ma erosa,
supplica e scongiura per i suoi compagnucci
della parrocchietta col fiasco all'anca.
Vuole guidare il perticaro perché sia suo,
e lo giura, pape satan pape satan aleppe,
da garibaldino della ruffianata si muove
felpando l'aria come l'acaro il lercio,
pennicando nelle retrovie dell'istruzione
e saltando le barricate da destra e sinistra.
-
Come un natural prospetto per la dirigenza
dove fedifrago s'avvia, grufola vanverando ebbro
alla papessa Giovanna che lo fascina
come un istrione a fiasco vuoto.
Porco lui stesso col fiasco alto in mano
getta come scartine le narcotiche perle
all'altro porco ch'el riceve prono e in piano.
Non ha copyright ma rode come un copybara
quelli degli altri elevandosi - luì memé - oltre il porcile
mentre pretende per gli altri un sobrio avvio alla bara.
-
Sul nasone a uncino fiorentino tutto era detto
ma ci mise il suo di nasone, come il cinghiale,
e divenne ... dantista nell'orto di casa sul Misa,
lui col fiasco in mano osannando i compagnucci.
Algebrista della comoda delibera
ha l'occhio sornione e ruffiano del caso
e sgarretta sdegnato e altero chi lo contraddice.
Ansia da prestazione neuronica - sentenzia lo sciamano -
e lo manda al manicomio, a curarsi l'ebete cranio
che col fiasco in mente vaneggia presenziando il collegio.
-
Si congeda dal consesso a pane salame e vino,
quello dei bottiglioni da 5 litri - per risparmio ... certo! -
e non batte ciglio allo storcere dei nasi femminili,
come lo schizogonico con cisti nell'encefalo.
Passa dal marasma congenito all'atarassico fiasco
nel volgere di una colazione di lavoro all'artistico.
Pape satan pape satan, chi meglio di me?
Codicologo del nasone fiorentino incassa prebende
all'ombra della rotonda, rifilando sòle a mitraglietta,
dai polli del municipio ammirati a naso in su.
(Lunedi 21 luglio 2013)
Vocabolario Accademia Della Crusca
Senza niente
Fronde allegre, ma fronde e al vento.
Il tronco non oscilla che appena.
La brezza di marzo è duplice, calda e fredda.
Io sono la, sotto terra, come le radici all'oscuro del vento,
a succhiare linfa impercettibile che non vuole nessuno,
dal profondo degli inferi miei
che si atteggiano nell'eternità vuota
e irripetibile dei non sensi, pure al lunedì.
(martedi 19 marzo 2013, Omaggio a nessuno)
Il tronco non oscilla che appena.
La brezza di marzo è duplice, calda e fredda.
Io sono la, sotto terra, come le radici all'oscuro del vento,
a succhiare linfa impercettibile che non vuole nessuno,
dal profondo degli inferi miei
che si atteggiano nell'eternità vuota
e irripetibile dei non sensi, pure al lunedì.
(martedi 19 marzo 2013, Omaggio a nessuno)
Senza nome
Frusciàva, frusciàva, e come frusciàva!
Sembrava un vecchio ruffiano sul fianco destro,
poi si rigirava sul sinistro e frusciàva ancora
come un assassino maniaco in cerca della preda.
Non so se fosse necessaria la sua esistenza,
se ne poteva fare a meno ... ma tant'è!
Nello scatto subitaneo dell'istante non c'era
e sembrava di parlare di una cosa imprendibile,
inafferrabile come la luna quando dormi.
Eppure sui libri di storia c'era, sempre al passato,
con qualche flash per impaginare il futuro.
Ora ... non so se è così ma trent'anni sono andati
dopo i primi trenta. Me ne aspettano altri trenta,
o una frazione, e seppure infinitesima
è lì davanti ai miei occhi, nel mio stomaco,
come un complicato menù per la cena di stasera,
due patate lesse con pane, acqua e un mandarino.
(martedi 19 febbraio 2013, Omaggio a Sant'Agostino)
Sembrava un vecchio ruffiano sul fianco destro,
poi si rigirava sul sinistro e frusciàva ancora
come un assassino maniaco in cerca della preda.
Non so se fosse necessaria la sua esistenza,
se ne poteva fare a meno ... ma tant'è!
Nello scatto subitaneo dell'istante non c'era
e sembrava di parlare di una cosa imprendibile,
inafferrabile come la luna quando dormi.
Eppure sui libri di storia c'era, sempre al passato,
con qualche flash per impaginare il futuro.
Ora ... non so se è così ma trent'anni sono andati
dopo i primi trenta. Me ne aspettano altri trenta,
o una frazione, e seppure infinitesima
è lì davanti ai miei occhi, nel mio stomaco,
come un complicato menù per la cena di stasera,
due patate lesse con pane, acqua e un mandarino.
(martedi 19 febbraio 2013, Omaggio a Sant'Agostino)
Che luce oggi !
Che bella giornata di luce brillante, filtrata solo
dal parabrezza impolverato dalla sosta di natale,
una sorpresa dopo la befana, un regalo del cosmo.
Un gabbiano e un piccione vanno appaiati per un pò,
ma ormai il volo si divarica e ognuno segue il suo destino.
Anche il giornalaio ieratico pare rinfrancato e sorride, anzi,
abbozza un sorriso annuendo al monte di nuvole all'orizzonte.
L'erba del parco brilla di rugiada che la brina è all'ora di pranzo.
Non c'è visione qui, e non c'è niente da udire né da toccare.
(lunedi 7 gennaio 2013, ora di merenda)
dal parabrezza impolverato dalla sosta di natale,
una sorpresa dopo la befana, un regalo del cosmo.
Un gabbiano e un piccione vanno appaiati per un pò,
ma ormai il volo si divarica e ognuno segue il suo destino.
Anche il giornalaio ieratico pare rinfrancato e sorride, anzi,
abbozza un sorriso annuendo al monte di nuvole all'orizzonte.
L'erba del parco brilla di rugiada che la brina è all'ora di pranzo.
Non c'è visione qui, e non c'è niente da udire né da toccare.
(lunedi 7 gennaio 2013, ora di merenda)
Nel mare di Beatrice
Sono il mare della tua barca di voglie infantili,
agito onde per via e ti salasso l'arguzia matura,
ti faccio giuggiolare per questo agitarmi e tu remi
per questo ondeggiare di lussuria alle grazie che vedi
e a quelle che non t'immagini neanche, povero fesso!
Non ho pietà e sarai subissato, vedrai quel che non c'è.
Ma mi mordo il labbro e mi s'increspa il pensiero. Chiavare?
Ma neanche un bacetto, neanche uno struscio, un sorriso!
Non ti voglio nemmeno vedere, sono nelle nuvole, e al di là,
e ci voglio rimanere, sorridendo al vento per farti vegliare.
Quante storie! Io ammiravo quel pò di Botticelli residuo
che conservi ancora a tua insaputa dopo la cinquantina.
(lunedì 15 ottobre 2012, Omaggio 2 a Dante)
agito onde per via e ti salasso l'arguzia matura,
ti faccio giuggiolare per questo agitarmi e tu remi
per questo ondeggiare di lussuria alle grazie che vedi
e a quelle che non t'immagini neanche, povero fesso!
Non ho pietà e sarai subissato, vedrai quel che non c'è.
Ma mi mordo il labbro e mi s'increspa il pensiero. Chiavare?
Ma neanche un bacetto, neanche uno struscio, un sorriso!
Non ti voglio nemmeno vedere, sono nelle nuvole, e al di là,
e ci voglio rimanere, sorridendo al vento per farti vegliare.
Quante storie! Io ammiravo quel pò di Botticelli residuo
che conservi ancora a tua insaputa dopo la cinquantina.
(lunedì 15 ottobre 2012, Omaggio 2 a Dante)
Pape Satan alla guida del perticaro
Era un lasco, da piccolo, ora nulla passa con lui che non puzza d'inganno.
Gioca a carte nella suburra e vive nella senigallietta di notte.
Hai messo la maglietta di lana? - fa la consorte - Ora n'è il tempo!
Trangùgiati mezzo litro, poi presiedi vanverando alla papessa Giovanna.
L'ha messo in quel posto a tutti quanti, l'Aloni Alfiba, amici e maestri,
saltando saltando, alla garibaldina, e pennicando nelle retrovie dell'istruzione,
per approdare al natural prospetto - e ci mancherebbe! dice lui - della dirigenza.
Pape satan, pape satan, aleppe - mi sta bene solo laggiù! annotàtelo! -
accanto ai miei compagnucci cattocomunisti della briscoletta,
che di sera mi osannano - oh, come mi osannano, ... si! -
loro, così gentili, col fiasco in mano - si, loro, la mia passione.
Giro alto come un falco tra lo sterco degli acari e arringo le pulzelle
che mi sanno ostile, dal fiato etilico, dal rimbrotto facile e messianico.
Non hai fatto il biglietto? No? Tanto non sei uso ... e viaggi da indiano,
curando da pizzicagnolo la delibera e ogni carta che non sia la briscola.
E sei fortunato che Ben Pandera l'hanno inchiodato al legno
come una putrella al muro in zona sismica con faglia tettonica,
che se potesse sbarcherebbe a terra a ridimere i tuoi vezzi indicibili.
Ti sei giocato la grafica della sede centrale, da buon gregario,
da buon sindacalista (ma di che, poi?), con occhio vigile e sornione
- voglio andare laggiù, vi scongiuro! tra i miei compagnucci della briscoletta,
nella mia senigallietta, oh ... loro sì che mi amano col fiasco in mano ... -
e il sottosegretario del partito rifondarolo, cui approdasti properly family dalla DC,
ti tappa la bocca alla conferenza delle fanfaluche, dove esprimi poco e d'inganno,
poi ti scusi s. m. col pretesto del lutto, da buon pinocchio e paterno spergiuro.
Da repellente spifferaio ti giochi il narcotico segreto d'ufficio come una scartina.
Torni ogni tanto sul luogo del delitto, pago e frontoso, a scongiurar congiure,
intanto che sali in cattedra, alla barba del precario untuoso come te,
e di quello che aspetta obtorto collo tempi migliori, non avendo briscole in mano.
(sabato 6 ottobre 2012, Omaggio 1 a Dante, Omaggio 1 a Sordi)
Gioca a carte nella suburra e vive nella senigallietta di notte.
Hai messo la maglietta di lana? - fa la consorte - Ora n'è il tempo!
Trangùgiati mezzo litro, poi presiedi vanverando alla papessa Giovanna.
L'ha messo in quel posto a tutti quanti, l'Aloni Alfiba, amici e maestri,
saltando saltando, alla garibaldina, e pennicando nelle retrovie dell'istruzione,
per approdare al natural prospetto - e ci mancherebbe! dice lui - della dirigenza.
Pape satan, pape satan, aleppe - mi sta bene solo laggiù! annotàtelo! -
accanto ai miei compagnucci cattocomunisti della briscoletta,
che di sera mi osannano - oh, come mi osannano, ... si! -
loro, così gentili, col fiasco in mano - si, loro, la mia passione.
Giro alto come un falco tra lo sterco degli acari e arringo le pulzelle
che mi sanno ostile, dal fiato etilico, dal rimbrotto facile e messianico.
Non hai fatto il biglietto? No? Tanto non sei uso ... e viaggi da indiano,
curando da pizzicagnolo la delibera e ogni carta che non sia la briscola.
E sei fortunato che Ben Pandera l'hanno inchiodato al legno
come una putrella al muro in zona sismica con faglia tettonica,
che se potesse sbarcherebbe a terra a ridimere i tuoi vezzi indicibili.
Ti sei giocato la grafica della sede centrale, da buon gregario,
da buon sindacalista (ma di che, poi?), con occhio vigile e sornione
- voglio andare laggiù, vi scongiuro! tra i miei compagnucci della briscoletta,
nella mia senigallietta, oh ... loro sì che mi amano col fiasco in mano ... -
e il sottosegretario del partito rifondarolo, cui approdasti properly family dalla DC,
ti tappa la bocca alla conferenza delle fanfaluche, dove esprimi poco e d'inganno,
poi ti scusi s. m. col pretesto del lutto, da buon pinocchio e paterno spergiuro.
Da repellente spifferaio ti giochi il narcotico segreto d'ufficio come una scartina.
Torni ogni tanto sul luogo del delitto, pago e frontoso, a scongiurar congiure,
intanto che sali in cattedra, alla barba del precario untuoso come te,
e di quello che aspetta obtorto collo tempi migliori, non avendo briscole in mano.
(sabato 6 ottobre 2012, Omaggio 1 a Dante, Omaggio 1 a Sordi)
A tutta forza
Avanziamo rinculando a tutta forza dalle 6,28 (col Còrso),
ripiegamento di tovaglietta, salviettine profumate,
rotolone, asciugamano, spazzolino e dentifricio (niente cucchiaio),
e s'insacca il tutto in un borsone (senza rotelle).
Gli abiti scelti per la festa (60° di nozze)
vengono enumerati all'addetto in giacca nera (mancano le mutande),
si fissa l'agenda con l'algebrista in camicia bianca (e cravatta nera).
Ci invitano nel corridoio, ne esce un sarcofago d'acciaio lucido (a rotelle)
che scompare nell'ascensore dovuto (in questi casi).
Si ramazzano giornali vecchi e bottigliette vuote,
uno sguardo a tutto tondo e si ripiega nelle retrovie,
l'ospite ebete è già andato (per accertamenti, dicono),
qui il certo è certezza, il combattimento è concluso.
Non restano che le briciole del tramezzino della sera prima,
sono vistose ma poche, e sparse su area vasta,
ma di quelle, chi se ne fotte!? Chi le noterà mai se non l'addetta?
Chi farebbe un contenzioso o malumore per quattro molliche?
(lunedì 9 luglio 2012 ore 10,00)
ripiegamento di tovaglietta, salviettine profumate,
rotolone, asciugamano, spazzolino e dentifricio (niente cucchiaio),
e s'insacca il tutto in un borsone (senza rotelle).
Gli abiti scelti per la festa (60° di nozze)
vengono enumerati all'addetto in giacca nera (mancano le mutande),
si fissa l'agenda con l'algebrista in camicia bianca (e cravatta nera).
Ci invitano nel corridoio, ne esce un sarcofago d'acciaio lucido (a rotelle)
che scompare nell'ascensore dovuto (in questi casi).
Si ramazzano giornali vecchi e bottigliette vuote,
uno sguardo a tutto tondo e si ripiega nelle retrovie,
l'ospite ebete è già andato (per accertamenti, dicono),
qui il certo è certezza, il combattimento è concluso.
Non restano che le briciole del tramezzino della sera prima,
sono vistose ma poche, e sparse su area vasta,
ma di quelle, chi se ne fotte!? Chi le noterà mai se non l'addetta?
Chi farebbe un contenzioso o malumore per quattro molliche?
(lunedì 9 luglio 2012 ore 10,00)
La norma liscia e dritta
L'ho sfogliati un pò così, Corsera, Carlino,
l'altro ospite sorride ieratico ed ebete sul seggiolone,
vuole coricarsi ma l'infermiera insiste.
126 non parla, se ascolta non si sa, trema talora,
guarda di sottecchi qua e là,
spalanca il destro ogni tanto poi lo richiude,
niente di speciale, la norma del morire a otto flebo,
lenta s'innesta solenne, mentre le nostre stenosi
non s'arrestano nemmeno con bottiglietta d'acqua.
Puzza tutto qui intorno come ad un parto,
come ad un party dove signore arruffate
abbanfano l'aria miserevole degli estrogeni andati.
Né di venere né di marte, ma neanche di domenica,
non rimane che lunedì per dar principio all'arte.
Si scinde da qui il calcare d'appennino sotto flebo,
placebo erronea e inconsistenti lacci, nulla,
nella loro trasparente inerzia di ammennicoli.
Dice il dottore che il terminale è avanti,
che persiste, che la fibra è forte,
ma il tempo trascorre sornione e ti lustra il naso a mezzogiorno.
Qua fuori parlano solo marocchino e slavo nel solleone,
e aspettano un bacio della sorte, che già è loro generosa.
(domenica 8 luglio 2012, ore 11,50)
l'altro ospite sorride ieratico ed ebete sul seggiolone,
vuole coricarsi ma l'infermiera insiste.
126 non parla, se ascolta non si sa, trema talora,
guarda di sottecchi qua e là,
spalanca il destro ogni tanto poi lo richiude,
niente di speciale, la norma del morire a otto flebo,
lenta s'innesta solenne, mentre le nostre stenosi
non s'arrestano nemmeno con bottiglietta d'acqua.
Puzza tutto qui intorno come ad un parto,
come ad un party dove signore arruffate
abbanfano l'aria miserevole degli estrogeni andati.
Né di venere né di marte, ma neanche di domenica,
non rimane che lunedì per dar principio all'arte.
Si scinde da qui il calcare d'appennino sotto flebo,
placebo erronea e inconsistenti lacci, nulla,
nella loro trasparente inerzia di ammennicoli.
Dice il dottore che il terminale è avanti,
che persiste, che la fibra è forte,
ma il tempo trascorre sornione e ti lustra il naso a mezzogiorno.
Qua fuori parlano solo marocchino e slavo nel solleone,
e aspettano un bacio della sorte, che già è loro generosa.
(domenica 8 luglio 2012, ore 11,50)
Fabriano (AN)
Bagno a orario di fabrianità,
nella dialisi della globalizzazione, caput mundi del nulla.
Facce lesse come allora, contente del rude quattrino,
paffutelli spennati del sogno della crescita.
Sono cambiate le magliette e le capigliature
nel mentre che l'oste portava via la cena
lasciando l'odore di arrosto alla poesia
spenta nel calderone del profitto tradito.
Due vigilesse guardano impettite acuto e lontano
nel nulla dei tre giorni di un maggio odoroso
che rimembra ancor quel tempo della vita fatale
che non porta rimorsi all'Aristide spento
nel portacicche del proletariato contadino.
E la beltà di Livia e il suon di lei e le morte stagioni
e il fango sui calzoni e sulla schiena
in luogo di una tradotta che Gaoni diceva militare.
Si protendono mammarie in fuori le mestrue di colà,
nella Piazza di Sturinalto come gladiatori nel Colosseo,
incedono, non camminano nel mondo,
il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.
Si canta l'alto inglese e si parla il basso maceratese
con la ragione spinta a zampate oltre la siepe.
Non c'è posto per pisciare qui, se la tengono tutti,
e non ci si sbilancia più di tanto,
si ride tirato anche al sabato del villaggio.
(26 maggio 2012, Omaggio 1 a Leopardi e Omaggio 1 a Pascal)
nella dialisi della globalizzazione, caput mundi del nulla.
Facce lesse come allora, contente del rude quattrino,
paffutelli spennati del sogno della crescita.
Sono cambiate le magliette e le capigliature
nel mentre che l'oste portava via la cena
lasciando l'odore di arrosto alla poesia
spenta nel calderone del profitto tradito.
Due vigilesse guardano impettite acuto e lontano
nel nulla dei tre giorni di un maggio odoroso
che rimembra ancor quel tempo della vita fatale
che non porta rimorsi all'Aristide spento
nel portacicche del proletariato contadino.
E la beltà di Livia e il suon di lei e le morte stagioni
e il fango sui calzoni e sulla schiena
in luogo di una tradotta che Gaoni diceva militare.
Si protendono mammarie in fuori le mestrue di colà,
nella Piazza di Sturinalto come gladiatori nel Colosseo,
incedono, non camminano nel mondo,
il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.
Si canta l'alto inglese e si parla il basso maceratese
con la ragione spinta a zampate oltre la siepe.
Non c'è posto per pisciare qui, se la tengono tutti,
e non ci si sbilancia più di tanto,
si ride tirato anche al sabato del villaggio.
(26 maggio 2012, Omaggio 1 a Leopardi e Omaggio 1 a Pascal)
Andare e tornare
Posso fare seicento chilometri con questo pieno,
poi altri seicento e seicento e stare a Minsk,
e godermi il sole sotto i pioppi dell'Horki Park,
poi altri seicento quattro volte, con credit card.
Alla foce del Pechora potrei ridiscendere,
per il Volga e giù giù fino al Golfo Persico
vedere gli Sciamani siberiani per strada
e fumare un Toscano con loro.
La dove i mondi si unirono a Eraclito
portando di qua l'acerbo mistico
che oggi difetta ovunque si usi il cellulare.
Potrei andarmene nel Gobi con qualche pieno
e saltare i carboni ardenti con loro
poi starmene al sole finché non evapori
la mia ultima molecola d'acqua.
Ma no. Sto qui. Come un somaro in piedi,
ordinato cittadino del niente,
aspettando il rincarco del basto già carico.
(4 maggio 2012)
poi altri seicento e seicento e stare a Minsk,
e godermi il sole sotto i pioppi dell'Horki Park,
poi altri seicento quattro volte, con credit card.
Alla foce del Pechora potrei ridiscendere,
per il Volga e giù giù fino al Golfo Persico
vedere gli Sciamani siberiani per strada
e fumare un Toscano con loro.
La dove i mondi si unirono a Eraclito
portando di qua l'acerbo mistico
che oggi difetta ovunque si usi il cellulare.
Potrei andarmene nel Gobi con qualche pieno
e saltare i carboni ardenti con loro
poi starmene al sole finché non evapori
la mia ultima molecola d'acqua.
Ma no. Sto qui. Come un somaro in piedi,
ordinato cittadino del niente,
aspettando il rincarco del basto già carico.
(4 maggio 2012)
La prova del nove
Non c'è rimasto niente - diranno i bacherozzi.
Sarà pure peggio se all'errore persiste la fibra.
E così il principio d'ecologia andrà rivisto.
Come sempre avremo una lacrima pendula
per una miseria d'esistenza nel nulla delle ceneri.
La dove dicono ci sia Dio pare di no,
pare che tre brecce non riescano a stare in fila
neanche nell'eternità,
neanche a pestarsi gli occhi pur di vederne le mosse.
(27 aprile 2012)
Sarà pure peggio se all'errore persiste la fibra.
E così il principio d'ecologia andrà rivisto.
Come sempre avremo una lacrima pendula
per una miseria d'esistenza nel nulla delle ceneri.
La dove dicono ci sia Dio pare di no,
pare che tre brecce non riescano a stare in fila
neanche nell'eternità,
neanche a pestarsi gli occhi pur di vederne le mosse.
(27 aprile 2012)
Sic vis
Puzziamo di morte alla prima scoréggia da neonati,
non saremo eterni certo per un'idea,
né avremo miracoli nel taschino.
E tutta la storia è quella di flatulenze regali
che passano in prima fila anche in TV.
Ut tensio sic vis, e così a morire come a nascere.
Si resiste ma veniamo gettati al mondo,
ogni giorno si tien duro per una pagnotta,
poi si resiste ancora e, peggio di prima,
si sparisce come le foglie in autunno dagli alberi.
(24 aprile 2012, Omaggio 2 a Ungaretti)
non saremo eterni certo per un'idea,
né avremo miracoli nel taschino.
E tutta la storia è quella di flatulenze regali
che passano in prima fila anche in TV.
Ut tensio sic vis, e così a morire come a nascere.
Si resiste ma veniamo gettati al mondo,
ogni giorno si tien duro per una pagnotta,
poi si resiste ancora e, peggio di prima,
si sparisce come le foglie in autunno dagli alberi.
(24 aprile 2012, Omaggio 2 a Ungaretti)
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