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Batteri

Mi manca Babbo. Direte voi: poca cosa!
C'est la vie, monsieur!
Ma vederlo mangiare dai batteri,
allo stomaco, al fegato, alla milza,
senza poter fare granché
né io né i medici, ... c'est la vie, monsieur.
Guardava a raggiera ogni tanto tacendo.
Minuscoli, invisibili batteri
che mangiano un'omone com'era lui!
E mangeranno tutti.
anche i rispettosi jainisti.
Ce n'est que la vie, monsierur!
(domenica 1° settembre 2013)

Pensieri in croce

Mi facevi volare a suo tempo
quanto urticante sei ora.
Maligna frazione della vita.

Le tue costole secche erano calde,
l'afflato annullava le miserie.
Non sembrava ci fossero controindicazioni.

Strutto dal fiato delle tue ombre
mi scioglievo come il lardo sulla padella.
Amavo quell'amore dell'allora sempre, poi finito.

L'aria nuova me la sentivo per te sulle spalle per un pò,
poi da quel freddo febbraio ci ho creduto trent'anni.
Ma la serpe che t'aveano infilato in testa riusciva ogni tanto.
(15 dicembre 2010)
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Fronde al vento

Le mie fronde oscillavano con la corrente dell'alba
carezzando l'aria calma.
Il tempo era quello che non matura mai e che sfiora i tuoi capelli,
che ti fa socchiudere gli occhi all'ombra dell'infinito.
Anche i nomi avevano fremiti vaghi
e mi marcavano come calciatori incalliti,
e mi marchiavano per un poco di buono.
Arrivò la tempesta e il tronco rimase fermo
mentre i rami se ne andavano d'ogni dove,
e le fronde appassite per l'aria di Ancona
erano la compassione del tramonto.
Del tronco è rimasto un arnese malato
che non scrive più niente alla sera,
mentre i rami e le fronde sono calpestati
per tutto l'inverno da scarponi malvagi.
(28 giugno 2008)
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Destino

Moriva se non iscriveva il mio nome nel suo destino!
E così sono stato sgarrettato da ambo i lati
delle certezze di cui andavo sereno.
Ogni fantasia si è ristretta in quel poco di spazio
che rimuginiamo ogni giorno dell'anno
per farne un mondo senza mondo.
Ora passeggio con questo corpo come se non fosse mio
e maneggio la mente che mi stringe il cervello
come se fosse una pagnotta indurita.
(2 maggio 2008)
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Mi duole la pancia

Domande indipanabili, progetti in frantumi
col grimaldello del silenzio,
assenza che sgrava pensieri arruffati.
Mi duole la pancia
intanto che la memoria
ritorna ai calcari d'Appennino
di dove sento il flamen filiale di me e del mio.
Mi duole la pancia
ma non cambio casacca
che è la sola che ho,
pure lercia ha i colori del sole.
Mi duole un ginocchio
è il tempo che cambia e si mette in burrasca.
E' il silenzio che avanza a stordirmi le orecchie,
a vuotarmi la testa e mi arresta la penna.
E' il silenzio che avanza.
(3 luglio 2006)
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Fanculo

Come una bestia lurida e rincagnita
assento me dal consorzio civile
e mi conto le pellagre.
E mi dico che pure dal mio dondolo ergonomico
ne uscirà la bile ansante d'angoscia
che lorda speranza ad un tempo.
La mia notte è terminata
come il viaggio di un pellegrino mariano
che va e torna a casa.
Fanculo mignotte invasate e ingrassate
dal lardo più insipido.
Fanculo.
(16 luglio 2005)
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Girando tra i banchi

Vite correnti, nastri asfaltati, corone diamantate,
libri in caligine che sfilano al passaggio del re.
Sigari laschi e sigari pregni ne fumo a borsette,
intonso nel loculo la primavera m'assale
al finir dell'inverno.
Come cariche elettriche uguali
ci respingiamo oramai perfino
dinanzi a un piatto di spaghetti.
A digerire l'anemia dei sentimenti sono svuotato
di merci contraffatte galleggianti nel lago dell'esistenza.
E' un'apnea che m'opprime e mi lascia irrisolto
nel lezzo fumoso di marzo ad Ancona.
M'inganno ed esco girando tra i banchi di roccia,
tra i rudi calcari, ondeggiante, opprimente e maestoso,
dove l'adolescenza svuotò le certezze infantili.
L'amore mio non c'è più
(anche la cagnetta ha le sue esigenze)
e mi levo assonnato vegetando in me stesso,
librandomi alto a livello degli acari,
tra il cesso e lo studio leggendo il parquet.
(26 marzo 2005)
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Gelo

Passo giornate a ribellarmi a me stesso
seduto su un ermo colle a cavallo di un'ansia
che passa e ritorna e rinfocola sensi e dissensi.
Mi metto di traverso a me stesso
e bislacco con gioia un senso molesto
fregando le mani col mondo intero, dinanzi ad un clik.
Leggo all'indietro il mio libro coi pensieri più belli
e che oggi marciscono nella vertigine di un sigaro legnoso.
Mi manca una spanna di terra alla conta del domani
quando sarò in braccio a satana a contar pecorelle
col naso all'insù.
Mi dissi vai dritto, c'è da fare, c'è da fare,
ma oscillo tra la mia destra e la mia sinistra
e rimangio i supplì che caldi non sono,
pensando alle cose messe in moviola
nel lezzo del fumo, tra libri posti per argomento,
tra carte bollate e lettere stanche e assenti.
Chi siamo? - mi dissi - poi il silenzio alle domande notturne
divenne regola con l'argano mesto del mondo
che lascia la voglia e parte anzitempo
fondando pensieri annacquati di niente
mentre la sabbia offusca le tenebre.
(12 febbraio 2005)
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Frattaglie

Tra gli acari e il lezzo del sigaro
riposo nel mio loculo stretto,
o troppo largo per oggi, non so.
Ingollo nutella e pane
e perdo tempo a tradimento.
Gratis rifletto e vocalizzo
con la strategia che non c'è,
con la tattica che va in frantumi.
Tra gli acari e il lezzo del sigaro
mi faccio una sega,
che meglio non ho.
Via ... andiamo tutti all'ara del lavoro,
andiamo tutti a vendere aria fritta
al mercato della speranza.
E diciamoci che, si!
oggi è andata bene
sono ancor vivo,
ma deambulo appena
col mio cervello appannato.
(20 settembre 2004)
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La correntina del fiordo

Fai capolino nei miei pensieri e ti insinui in essi
come il caro estinto a una giovane vedova.
Svolazzi come una busta del supermarket
tra le fronde delle querce sulla direttissima cameranense
mossa da un alito dell'aria di risacca di un giorno assolato.
Te ne vai come un cooky nel mio sistema operativo
e lo attraversi non richiesta.
E passi di qua e ritorni di là,
come la correntina di un fiordo
tra le cartacce galleggianti e quasi ferme.
Spingiti oltre, ti prego, spingiti oltre
e scompari per sempre, finché sei in tempo.
Non farti più vedere, tu, ciclone solare
che hai rimestato i miei pensieri adolescenti
portandoli alle stelle, ad un'ansa del mare,
dove i bastoni oscillano su e giù per ore.
Spingiti oltre, ti prego, tu che oscilli
tra ciò che fu e ciò che non è stato,
spingiti oltre e non farti più vedere.
Rasenta le vette dell'oblio
e cancella la memoria andata,
aspergiti il capo nelle tue banalità
e rivoltati pure nelle tue miserie inconcluse.
(16 dicenbre 2002)
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Tranquillità media

Oscilla per estremi la barra del sereno
e su e giù s'innalza nella luce e sprofonda nel buio.
S'incarna nella pietra s'abissa nella lava.
Cuoce e ricuoce quest'anima lessa
come un arrosto bollito alla brace.
E non vedo le piccole isole ovattate
nel mare della tranquillità media garantita
degli umani che mi girano intorno.
E non sento che il divaricarsi degli estremi
che livella la crosta dell'esistere e tempra ogni ferro.
(1° dicembre 2002)
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Voi nobili in fila

Sono io il Re, io.
Voi nobili tutti in fila,
nei feudi a spremer gabelle.
A fornire donzelle al re e fanti a dio.
Voi nobili in fila.
Garantisco io, il Re, per voi,
scaltri e rissosi.
Preziosi nobili, verosimili e ignavi
accumulatori per grazia di dio
e volontà del Re della nazione.
Voi nobili in fila.
Se salta la gerarchia,
che io garantisco a mediazione,
salta anche il Re, cioè io.
Pane e giochi contro gabelle.
Voi nobili in fila:
Spa, Sarl, Sas, Sdf.
Donzelle e gabelle al Re, cioè io,
e fanti a dio per la sacra nazione.
Se salta la gerarchia, salta anche il Re.
Se s'alza l'anarchia, s'alza anche il Re,
e lascia la sedia vuota e ammuffita.
Lascia la gerarchia all'anarchia.
Voi nobili in fila.
(1° settembre 1996)
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La mano grassottella

Anche spostando l'obiettivo
in una banda più ragionevole e felice
si perderebbe il conto dei fratelli
che ci han seguito fino adesso
per questa terra gobba e piatta
che mi piace ricordare spesso.
Che si può dire di una ricerca lunga
e comune a mille persone
che non hanno alcun pensiero
se non quello, ahimé, sporco e selvaggio
della dimenticanza del pensiero.
E cosa si può dire di donne giovani
e profumate che ci offrivano carni
a febbraio cercando un paio di stivali di vacchetta
per le bancarelle nemmeno tanto in fila.
E come ricordare quella mano grassottella
che mi seguiva di fiducia
larga e pazientosa
in uno sperdersi di passi
che non hanno conto
se non per le fugaci sviste di parole dolci.
E cosa dire della pioggia fina
che passa attraverso i vestiti
mentre si corre chissà dove e per quale causa,
sperando passi presto il temporale
di quell'agosto libero e orgoglioso
parte del quale trascorso a Parigi insieme.
E quando ricordare le parole longeve
che ospitano sensi e doppi sensi
del linguaggio raffinato e soave,
per quelle vie di tutti i giorni
mentre la luna ci accompagna smemorata
delle terre da cui veniamo.
(29 agosto 1996)
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Gobbe di guerra

Gobbe, là in fondo.
Di cammello e dromedario,
pelose di roverella.
Filtrate da poca nebbia
che avanza umida e lucente.
Là. Oltre il campo della battaglia.
Dove lo spirito di trentamila,
Galli, Sanniti, Umbri, Etruschi
ancora ansima
nelle pieghe dei fossi
dopo ventiquattro secoli.
Ne attraverso al bordo
in punta di ruote la provinciale
scivolando sul mio cammello svelto
che òndula in quelle pieghe
come un cavallo saraceno di sera.
Supero lo stretto delle rocce
mi inerpico nel cuore d'Italia
all'ora di cena
per abbracciare mio padre e mia madre a Piaggiasecca.
(29 febbraio 1996)
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Una sega

Una sega,
ed è subito sera.
Niente sorrisi
niente bacetti
niente mediazioni.
Carta straccia, immagini, illusioni.
Flop.
Si vaga per un pò
e si ritorna nel nulla
dopo una bracciata di niente.
Ci si stringe ad un fumo
ci si abbraccia alla nebbia
che svanisce per un pensiero distratto.
Poi si scrive di chissà quali amori,
mentre ritorna il mattino
e il lavoro assordante ci aspetta.
Qualcuno poeteggia svampito
pensando sole la luna.
Qualcun altro avvisa la pioggia,
il mare mosso e un pò di freddo in più
che ieri non c'era.
(17 settembre 1995, Segnalazione al Premio letterario nazionale 1996, Città di Lerici, Spezia)
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Ricordo la barba

Secca di tanto in tanto
scricchiolava la baracca di ferro tedesco
deposito di guerra poi campo di passaggio
prima di Bochum avanti al tramonto
per annunciare la sera e fermarsi fino al mattino
ed annunciare l'alba come un aspro carillon
sopra le pozzanghere di melma congelata
fino a mezzogiorno a dire:
alzatevi e dateci le braccia le gambe e il petto
e ogni muscolo e pensiero fino a stramazzare a sera
sotto una crosta di carbone appiccicoso
sulla faccia sudata di un sorriso di babbo
che sfregava la barba sul mio viso ispida
e vivo anche per oggi.
(14 gennaio 1993)
.

Il caso delle brecce

Le brecce sulla strada sono sparpagliate a caso?
E ciò sarà per tutte le strade?
Certamente un creatore avrà pensato a metterle colà!
Non ce ne sono mai tre in fila neanche sul chilometro!
Un dio, ... chissà lo sforzo, e l'impegno
di metter tutte le brecce a caso!
Anche nel mio cervello i pensieri sono tutti a caso.
Ma prima di domani un vino a caso
li metterà tutti in fila
per sette e senza resto.
(11 gennaio 1993)
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