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Piccioni e senatori al sole

Non c'era già più la vecchia grassa con le caviglie gonfie,
solo pedoni in diagonale e tangenti alla fontana dei cavalli,
neanche i piccioni, che se ne stavano sui tetti al sole.

Il furgone Sicurpol esitava tra i vecchietti numerosi,
al tribunale, poi, solo signorine su tacchi a spillo con borse e faldoni.
Un cane spaurito segue la traccia olfattiva del suo padrone sciagurato.

Quattro negozi alla moda hanno chiuso sotto la Galleria Dorica,
eppure dai suoi 2 millenni e mezzo è ancora viva, sulle colline però,
dove i Piceni guardavano al sicuro le manovre del naviglio greco.

Non un barbone stamani, neanche Umbertino, andato da tempo,
neanche Giannino, che ha venduto la bancarella del corso,
ora che è senatore della Repubblica al sole e pensieroso.

Un ordine in declino nella senilità urbana che ha scialato finora.
(sabato 18 genneio 2014)

La mota del tempo

Non ho calendari prima di Ghiberti
appesi alle pareti delle mie mura di forati,
non li reggerebbero, e sono andati in cantina.
L'orologio al polso, poi, non risale a prima di ieri.
Eppure è in cantina che rovisto
per avere una scansione accettabile del passato
alla ricerca di una frase, di un detto, di una ricetta
da cucina o di una prescrizione agronomica.
Mi sento più nelle cose di cantina che dopo,
ne gusto il fascino, la mia curiosità,
nell'argilloso suolo di Eraclito
che gli sciamani sarmati educarono.
E' come un crivello di cantiere la mia mente,
che trattiene l'inutile che tutti gettano.
E così del dopo Ghiberti mi rimangono
quelle perle che i maiali risputano come rospi.
Quella miscela si fa colore e sostanza
e prende struttura col tempo della canutaggine.
Non passa ora che non mi rivolto di qua o di là
per reggere insieme una collana maestra
che m'inebria ogni giorno di luce allegra.
(martedì 24 dicembre 2013)

Senza nome

Frusciàva, frusciàva, e come frusciàva!
Sembrava un vecchio ruffiano sul fianco destro,
poi si rigirava sul sinistro e frusciàva ancora
come un assassino maniaco in cerca della preda.
Non so se fosse necessaria la sua esistenza,
se ne poteva fare a meno ... ma tant'è!
Nello scatto subitaneo dell'istante non c'era
e sembrava di parlare di una cosa imprendibile,
inafferrabile come la luna quando dormi.
Eppure sui libri di storia c'era, sempre al passato,
con qualche flash per impaginare il futuro.
Ora ... non so se è così ma trent'anni sono andati
dopo i primi trenta. Me ne aspettano altri trenta,
o una frazione, e seppure infinitesima
è lì davanti ai miei occhi, nel mio stomaco,
come un complicato menù per la cena di stasera,
due patate lesse con pane, acqua e un mandarino.
(martedi 19 febbraio 2013, Omaggio a Sant'Agostino)

126 l'11 settembre

Il tronco di ippocastano era tra noi due,
quel tanto da occultarci la vista reciproca,
non una voce, non un sussulto,
eppure era li di sicuro come sempre,
come un banco di calcare dello Spicchio.
Ne sentivo lo spirito bello e forte,
lui che dalle viscere della terra del Belgio
impartiva lezioni di tecnica mineraria
a quel povero ingegnere con la testa
poi fracassatagli da un masso franatogli addosso.
Non c'erano ostacoli al nostro silenzioso dialogare
per sentimenti ancestrali e un pò scuri
per quella via larga dove le frane e la piena
ti sono addosso come innamorati
della tua pellaccia dura da vendere presto.
Sanvensis vedeva bene che la brezza del solleone
spostava le fronde dei platani e degli ippocastani,
e sentiva quei 60 anni di matrimonio come un prurito
da grattarsi nel silenzio tanto erano profondi
come le tante cose che sono passate sotto i ponti
da quel 15 settembre del 1951.
(11 settembre 2011, davanti l'osteria La Rocca)

A un passo dai 58

Rattoppiamo quel pò d'intonaco caduto
e ad ogni generazione tiriamo su una tettoia
che quella dopo chiuderà per far posto ai nipoti.
Se va bene non sappiamo fare altro e ce ne vantiamo
mentre il fiume scarraccia la campagna con le piene,
mentre gl'inverni passano il testimone alle primavere.
Abitiamo da millenni gli stessi posti come una novità,
leggiamo Catullo e Seneca come risorsa insieme al cielo,
mentre ci affiancano gli animali anche loro curiosi.
Se abbiamo sistemi filosofici è solo per occupare la mente,
che senza il fare dilagherebbe per la pazzia dell'umanità,
una macchina il cui motore rulla a tutta forza senza scopo.
Che dire dei nostri fratelli cani, cavalli, coccinelle, cammelli?
Che non abbiano anch'essi un sistema filosofico
per le lunghe giornate invernali nelle tane millenarie?
Non ci sono elementi per saperne di più mentre invecchiamo.
Non ci sono elementi a vista in quel dilagare d'infinito.
Non possiamo che navigare dopo la gettata al mondo.
Nella piena di un fiume che non si ferma mai
per soccorrere alcuno, come per guardarlo negli occhi
arriva solenne la fine che tutto porta via nella piena.
(21 febbraio 2011)

Saluto e torno indietro

Treno pronto Ale 320.897.
Mi stride vicino.
Ruota una slide al binario uno,
presenta vestiti alla moda,
presenta sogni dispersi e fascini amorfi
che non ci sono che su passerelle.
Due valigioni a rotelle rimbalzano la fascia gialla
allertando i piccioni sui fili dei tralicci.
Si cambia binario dal tre all'uno
perchè l'ETR è lasco nei lavori in corso.
Eppure si lancia presto nella danza delle anse
della Gola della Rossa che incombe.
Il cielo è ventilato e terso
e le gemme degli alberi brillano nel tramonto jesino.
Ora non ci sono più scritte nella campagna marchigiana,
niente volgarità commerciali, ma colline ordinate
in attesa che arrivi il loro angolo di natural declivio.
Non ci sono più nemmeno i marchigiani,
sostituiti da parlanti lingue lontane.
Non vedo nemmeno l'impegno del mio dirimpettaio giovane
che sberleffa al cellulare contro suo padre.
Alle gallerie scompare il tramonto e pesa il buio della fantasia.
Saluto la mamma, un attimino,
e torno indietro.
(30 aprile 2008)
.

Senza titolo

Pensieri distorti
dovuti a un'immagine.
Pensieri inconclusi
che più in là non si fanno.
Solo la scorza, solo l'apparire
come in tanti.
(sms inviato ad un amico il giorno di Pasqua 2007)

Dammi la vita

Piccola, dammi la vita, fatti stringere
nel crogiolo dell'anima, fatti montare.
Saremo re e regina per cinque minuti,
per cinque minuti.
Saremo un solo animale sognante
e staremo per creare altra vita.
Per cinque minuti cambieremo il mondo.
Per cinque minuti.
Daremo i nostri afflati
ad un altare maestoso
nascosto nelle pieghe della vita,
spariremo dal quotidiano e dalle sirene.
Senza misura misureremo l'assoluto,
per cinque minuti.
Piccola, fatti montare,
per cinque minuti,
per cinque minuti.
(23 novembre 2002)
.

L'acqua

L'acqua mi angoscia in casa.
Non posso vederla:
mi allaga il pavimento,
scende al piano di sotto
e fa marcire il parquet,
con il ticchettio mi da un tempo
che non è il mio,
mi sgocciola sul letto
e mi fa prendere la scossa del campanello,
m'inzuppa scarpe e calzini
e mi spiegazza la giacca di pelle.
L'acqua mi inebria in campagna,
l'ammiro per ore e ore:
con il cappello e il trench
mentre sgocciola sulle tempie
e sul mento intirizzito,
il profumo della terra bagnata
e dei tronchi marci spalanca le narici
ossidate dai polverosi diesel,
il gorgoglio di un fosso rifatto
da un mese di piogge
e i lombrichi e gli insetti
e i serpenti d'acqua
e i rovi ricalchi sui greppi franosi
che tutto è inzuppato,
e slavato e solcato e lustrato dall'acqua che cade
a piccole porzioni infinite,
misurando il tempo e modellando lo spazio,
interrotti dalle tese del cappello
e dall'incedere dei passi inutili
gravati dal fango che sale e si rovescia,
e luccica tutto l'intorno
di una brillanza frizzante
mentre mi scrollo la schiena
nell'incesto senza tempo
della gravità e dell'acqua.
(16 agosto 1996)
.

Otto mostri

Alti come Polifemo otto mostri venivano a me
pesanti come buoi accosto accosto tra loro
vestiti a festa sibilando veleni e silenzi.
Otto mostri con unghie e capelli informi
ritti come megaliti ambulanti e millenari,
con sguardi un pò di casa e un pò no.
Verso non c'era di atterrarli
e  mi restrinsi in me stesso
come la selce focaia d'Appennino.
Otto marce nel fango e nel sangue
per vederli scappare
e lasciarmi lo spazio totale.
(17 luglio 1991)

Il flamen dei monti

Che le montagne respirino
l'ho visto da piccolo.
Il fiato usciva dai fori
come polmoni stanchi
e io mi beavo del fresco
daciso e necessario flamen.
Di tanto in tanto
si sentiva scricchiolare le pietre
come costole ingessate che si aprono in tondo
e si vedeva l'orrido delle forre
toccarsi a piacimento.
Pensavo che respirassero
il profumo delle margherite.
Oggi non sento più scricchiolare
e non vedo più gonfiarsi le pareti rocciose.
Ma sento lo stesso il flamen del monte
che pervade la nostra vita.
E' il flamen dei morti
che dall'oblio dove li abbiamo cacciati
ci mandano segni d'eterno.
(26 maggio 1995)
.

Vena melanconica

Stamane i cirri sono radi,
prevale l'azzurro che s'incastra in essi,
spingendoli ai margini della calotta celeste.
La brezza fredda del monte
vince sull'afa costiera
spingendo le fronde ostinate a ritornare.
Stmane tutto occappa,
Leonardo col pisello ritto,
stamane come una cozza
attaccata allo scoglio della vita.
L'universo lenisce i reumi maldestri
e il civile allontana dagli animali,
coi loro odori, coi loro suoni.
Senza grinta e con poca rabbia
rimango civile e assonnato
scollandolo dall'animale.
Per indizio una vena melanconica.
(28 maggio 1991)

Quanto vale

Quanto vale un uomo che lavora?
Che dà tutta la forza di ogni muscolo?
Che dà la sua mente, foss'anche un pò lasca,
al servizio dei muscoli?
Che gronda sudore dai pori della pelle
generoso e abbondante, impastato alla polvere?
Quanto vale una donna che alleva figli
dando ogni umore del corpo
nello sforzo supremo del nascere?
Che li cura trasponendosi in loro
annullandosi nella mente e nel corpo?
Che vibra con loro fino a vent'anni
come li avesse ancora in pancia?
Mai apprezzamenti
per lo sforzo di lavorare e allevare
con la dignità del silenzio
e dell'innata missione.
(10 aprile 1991)

Il babbo di babbo

Abbracadabbra Tarabattà!
Eri un pilastro della terra.
Il mistero dell'eterno,
per me piccolo di otto anni.
Eri storia e antichità,
il sempre esistito
l'infinito nel racconto
delle 33 lepri del Michigan.
Tarabattà ! Giravo intorno a te
montagna senza fine di storia.
Un occhio solo, il sigaro,
la doppietta, il marraccio.
Come Geronimo a orecchie ritte
per scrutare rumore e odore
del vento passato sul monte
affrontato a rittochino.
Cappello a falde, maglia di lana,
gilè abbottonato anche d'agosto.
(2 aprile 1991)

Siamo grandi

Cari amici, amici cari e meno cari,
vorrei abbracciarvi fraterni in quest'ora
(è sempre l'ora)
solenne, sacrale e sciatta,
per dire alle nuvole che siamo grandi
che siamo rocce giudate dalla forza di ragione.
Vorrei roboare all'inferno
dall'alto della montagna,
sullo Spicchio più fiero
che solo la morte porterà a sopirci
tra frassini e treggiaie.
(24 marzo 1991)

La tempra

Cara amica, la tempra è arrivata,
fuoco e acqua alternati al corpo e alla mente.
Dopo tremila anni di civiltà
ancora pastori e pecore,
ancora arroganza e pavidità.
Gli stessi luoghi per tremila anni
hanno udito civiltà e ragione.
E tu, caro Nietzsche,
che mi parli di Zarathustra?
Forte come un calcare del Catria
da cento anni mi illudi.
Ora la tempra è arrivata
il fuoco e la rabbia sono spenti
e il cinismo fa breccia
nelle crepe della tenacia
di questo ferro moderno e lindo.
(24 marzo 1991)