Visualizzazione post con etichetta La morte ci fa la corte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La morte ci fa la corte. Mostra tutti i post

Non c'è posto per pisciare qui

Ti sei fatto la tana su misura
scorfano d'un presuntuoso parassita
e l'hai riempita di birilocchi.

Ora ti toccherà crepare anche a te
e lascerai tutto lì che i tuoi spolperanno
come miele caduto dal cielo.

Sarai mangiato da grossi bacherozzi
e non ci sarà nessuno a proteggerti,
poi, satolli, creperanno anche loro.

Per mancanza di tutto, sotto un coperchio
zincato e saldato a stagno
come il sarcofago di un imperatore decaduto.

L'umido degli scoli corromperà legno e stagno
nella calma del tempo, che tu voglia
oppure no, aumentando l'entropia.

E se non ti avranno sloggiato prima
nell'ossario comunale, tutto ti crollerà
con i calcinacci marcio addosso.

Vento polvere e, prima, gli sterpi
oblieranno nei secoli quel posto
senza traccia del tuo passaggio
terreno e tanto meno celeste.
(martedì 6 ottobre 2015)

Batteri

Mi manca Babbo. Direte voi: poca cosa!
C'est la vie, monsieur!
Ma vederlo mangiare dai batteri,
allo stomaco, al fegato, alla milza,
senza poter fare granché
né io né i medici, ... c'est la vie, monsieur.
Guardava a raggiera ogni tanto tacendo.
Minuscoli, invisibili batteri
che mangiano un'omone com'era lui!
E mangeranno tutti.
anche i rispettosi jainisti.
Ce n'est que la vie, monsierur!
(domenica 1° settembre 2013)

A tutta forza

Avanziamo rinculando a tutta forza dalle 6,28 (col Còrso),
ripiegamento di tovaglietta, salviettine profumate,
rotolone, asciugamano, spazzolino e dentifricio (niente cucchiaio),
e s'insacca il tutto in un borsone (senza rotelle).
Gli abiti scelti per la festa (60° di nozze)
vengono enumerati all'addetto in giacca nera (mancano le mutande),
si fissa l'agenda con l'algebrista in camicia bianca (e cravatta nera).
Ci invitano nel corridoio, ne esce un sarcofago d'acciaio lucido (a rotelle)
che scompare nell'ascensore dovuto (in questi casi).
Si ramazzano giornali vecchi e bottigliette vuote,
uno sguardo a tutto tondo e si ripiega nelle retrovie,
l'ospite ebete è già andato (per accertamenti, dicono),
qui il certo è certezza, il combattimento è concluso.
Non restano che le briciole del tramezzino della sera prima,
sono vistose ma poche, e sparse su area vasta,
ma di quelle, chi se ne fotte!? Chi le noterà mai se non l'addetta?
Chi farebbe un contenzioso o malumore per quattro molliche?
(lunedì 9 luglio 2012 ore 10,00)

La norma liscia e dritta

L'ho sfogliati un pò così, Corsera, Carlino,
l'altro ospite sorride ieratico ed ebete sul seggiolone,
vuole coricarsi ma l'infermiera insiste.
126 non parla, se ascolta non si sa, trema talora,
guarda di sottecchi qua e là,
spalanca il destro ogni tanto poi lo richiude,
niente di speciale, la norma del morire a otto flebo,
lenta s'innesta solenne, mentre le nostre stenosi
non s'arrestano nemmeno con bottiglietta d'acqua.
Puzza tutto qui intorno come ad un parto,
come ad un party dove signore arruffate
abbanfano l'aria miserevole degli estrogeni andati.
Né di venere né di marte, ma neanche di domenica,
non rimane che lunedì per dar principio all'arte.
Si scinde da qui il calcare d'appennino sotto flebo,
placebo erronea e inconsistenti lacci, nulla,
nella loro trasparente inerzia di ammennicoli.
Dice il dottore che il terminale è avanti,
che persiste, che la fibra è forte,
ma il tempo trascorre sornione e ti lustra il naso a mezzogiorno.
Qua fuori parlano solo marocchino e slavo nel solleone,
e aspettano un bacio della sorte, che già è loro generosa.
(domenica 8 luglio 2012, ore 11,50)

Fabriano (AN)

Bagno a orario di fabrianità,
nella dialisi della globalizzazione, caput mundi del nulla.
Facce lesse come allora, contente del rude quattrino,
paffutelli spennati del sogno della crescita.
Sono cambiate le magliette e le capigliature
nel mentre che l'oste portava via la cena
lasciando l'odore di arrosto alla poesia
spenta nel calderone del profitto tradito.
Due vigilesse guardano impettite acuto e lontano
nel nulla dei tre giorni di un maggio odoroso
che rimembra ancor quel tempo della vita fatale
che non porta rimorsi all'Aristide spento
nel portacicche del proletariato contadino.
E la beltà di Livia e il suon di lei e le morte stagioni
e il fango sui calzoni e sulla schiena
in luogo di una tradotta che Gaoni diceva militare.
Si protendono mammarie in fuori le mestrue di colà,
nella Piazza di Sturinalto come gladiatori nel Colosseo,
incedono, non camminano nel mondo,
il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo.
Si canta l'alto inglese e si parla il basso maceratese
con la ragione spinta a zampate oltre la siepe.
Non c'è posto per pisciare qui, se la tengono tutti,
e non ci si sbilancia più di tanto,
si ride tirato anche al sabato del villaggio.
(26 maggio 2012, Omaggio 1 a Leopardi e Omaggio 1 a Pascal)

Andare e tornare

Posso fare seicento chilometri con questo pieno,
poi altri seicento e seicento e stare a Minsk,
e godermi il sole sotto i pioppi dell'Horki Park,
poi altri seicento quattro volte, con credit card.
Alla foce del Pechora potrei ridiscendere,
per il Volga e giù giù fino al Golfo Persico
vedere gli Sciamani siberiani per strada
e fumare un Toscano con loro.
La dove i mondi si unirono a Eraclito
portando di qua l'acerbo mistico
che oggi difetta ovunque si usi il cellulare.
Potrei andarmene nel Gobi con qualche pieno
e saltare i carboni ardenti con loro
poi starmene al sole finché non evapori
la mia ultima molecola d'acqua.
Ma no. Sto qui. Come un somaro in piedi,
ordinato cittadino del niente,
aspettando il rincarco del basto già carico.
(4 maggio 2012)

La prova del nove

Non c'è rimasto niente - diranno i bacherozzi.
Sarà pure peggio se all'errore persiste la fibra.
E così il principio d'ecologia andrà rivisto.
Come sempre avremo una lacrima pendula
per una miseria d'esistenza nel nulla delle ceneri.
La dove dicono ci sia Dio pare di no,
pare che tre brecce non riescano a stare in fila
neanche nell'eternità,
neanche a pestarsi gli occhi pur di vederne le mosse.
(27 aprile 2012)

Sic vis

Puzziamo di morte alla prima scoréggia da neonati,
non saremo eterni certo per un'idea,
né avremo miracoli nel taschino.
E tutta la storia è quella di flatulenze regali
che passano in prima fila anche in TV.
Ut tensio sic vis, e così a morire come a nascere.
Si resiste ma veniamo gettati al mondo,
ogni giorno si tien duro per una pagnotta,
poi si resiste ancora e, peggio di prima,
si sparisce come le foglie in autunno dagli alberi.
(24 aprile 2012, Omaggio 2 a Ungaretti)

Remare, ora

Un timoniere tremolante ti regge sicura la mano,
toccherà a te reggerlo, niente vento, niente correnti,
ti toccherà anche remare, tenendolo per dove devi andare.
E che diamine ! Non vedi la rotta ? Non vedi per dove devi andare ?
Ci provo, ma la bonaccia rischia lo stallo e la fame allunga le barbe.
Saltelliamo per un pò su un piede nei carboni ardenti giurando di farcela.
Poi si vedrà.
(13 aprile 2012)

Una stanza

Era buia la mia stanza oggi quando sono entrato,
non un filo di luce, Neruda di traverso sopra gli altri,
la foto di nonno e bisnonna di piatto,
le infradito estive per la notte sotto al letto.
Ma era buia in modo diverso, troppo netta, inattesa
contro l'aria tersa luminescente a specchio sulla neve,
era buia ad un affetto, ma era lì in attesa di qualcuno
che squarciasse il vuoto per infilarci un altro sogno inutile.
L'ho richiusa piano e perplesso, non sapevo cosa fare.
Era vuota la mia stanza anche del me che era altrove.
C'erano i sogni adolescenti intrisi d'aria scura.
C'erano ancora gli oggetti che sistemo ogni agosto,
e la fantasia, il progetto, la malinconia di ieri e di oggi
e non aspettavano nessuno, sparsi e dimenticati,
ma vivi per conto loro danzavano squinternati
a menarsi pacche sulle spalle e a sfottersi ebbri,
che tanto poi sono già nell'oblio dei secoli,
come di Giandomenico nessuno ricorda.
(6 febbraio 2011)

Sonno forzato

Lento s'innesta il giorno dalle pupille al cuore,
dalla mente ai sapori.
Latte, orzo e fette biscottate.
Lento s'innesta il coronario dinanzi al vuotatoio
ove l'alma preghiera diventa l'émblema
per "chiudere la porta".
Lento l'Allegheri m'alza lo spirito soave
sopra di un colle ameno
dove l'anime brulle il particular digrignano
prima del sonno indotto.
Quarticelli ... si! ... il prelievo.
Baiocco ... éh! ... le pillole.
Quarticelli ... éh! ... il termometro.
Baiocco ... si! ... l'ecg.
Entro nel limbo dei temporanei assassinandi
con leggera e inevitabile follia,
stasera vi racconterò il viaggio del sonno.
(4 settembre 2006)
.

Le foglie

Imbocchiamo il viale del tramonto, portiamoci là,
ci sono le anatre e le canne nella terra di nessuno
che si ribellano alla morte mentre io sono quieto.
Mi si dice che la vita è una lotta, ma io lotto
come un lauro vecchio, immobile e astratto,
succhiando linfa dagli eterni calcari d'Appennino.
Non vado alla messa, no è vero, non ci vado,
ma vedo la magia che arranca nella vita ad ogni costo,
vedo le stelle e il silenzio che le circonda immobili.
E come le foglie di Quasimodo
sto sul mio dondolo ergonomico
aspettando un afflato asfittico.
(27 marzo 2004)
.