Senza niente

Fronde allegre, ma fronde e al vento.
Il tronco non oscilla che appena.
La brezza di marzo è duplice, calda e fredda.
Io sono la, sotto terra, come le radici all'oscuro del vento,
a succhiare linfa impercettibile che non vuole nessuno,
dal profondo degli inferi miei
che si atteggiano nell'eternità vuota
e irripetibile dei non sensi, pure al lunedì.
(martedi 19 marzo 2013, Omaggio a nessuno)

Senza nome

Frusciàva, frusciàva, e come frusciàva!
Sembrava un vecchio ruffiano sul fianco destro,
poi si rigirava sul sinistro e frusciàva ancora
come un assassino maniaco in cerca della preda.
Non so se fosse necessaria la sua esistenza,
se ne poteva fare a meno ... ma tant'è!
Nello scatto subitaneo dell'istante non c'era
e sembrava di parlare di una cosa imprendibile,
inafferrabile come la luna quando dormi.
Eppure sui libri di storia c'era, sempre al passato,
con qualche flash per impaginare il futuro.
Ora ... non so se è così ma trent'anni sono andati
dopo i primi trenta. Me ne aspettano altri trenta,
o una frazione, e seppure infinitesima
è lì davanti ai miei occhi, nel mio stomaco,
come un complicato menù per la cena di stasera,
due patate lesse con pane, acqua e un mandarino.
(martedi 19 febbraio 2013, Omaggio a Sant'Agostino)

Che luce oggi !

Che bella giornata di luce brillante, filtrata solo
dal parabrezza impolverato dalla sosta di natale,
una sorpresa dopo la befana, un regalo del cosmo.
Un gabbiano e un piccione vanno appaiati per un pò,
ma ormai il volo si divarica e ognuno segue il suo destino.
Anche il giornalaio ieratico pare rinfrancato e sorride, anzi,
abbozza un sorriso annuendo al monte di nuvole all'orizzonte.
L'erba del parco brilla di rugiada che la brina è all'ora di pranzo.
Non c'è visione qui, e non c'è niente da udire né da toccare.
(lunedi 7 gennaio 2013, ora di merenda)

Nel mare di Beatrice

Sono il mare della tua barca di voglie infantili,
agito onde per via e ti salasso l'arguzia matura,
ti faccio giuggiolare per questo agitarmi e tu remi
per questo ondeggiare di lussuria alle grazie che vedi
e a quelle che non t'immagini neanche, povero fesso!
Non ho pietà e sarai subissato, vedrai quel che non c'è.
Ma mi mordo il labbro e mi s'increspa il pensiero. Chiavare?
Ma neanche un bacetto, neanche uno struscio, un sorriso!
Non ti voglio nemmeno vedere, sono nelle nuvole, e al di là,
e ci voglio rimanere, sorridendo al vento per farti vegliare.
Quante storie! Io ammiravo quel pò di Botticelli residuo
che conservi ancora a tua insaputa dopo la cinquantina.
(lunedì 15 ottobre 2012, Omaggio 2 a Dante)

Pape Satan alla guida del perticaro

Era un lasco, da piccolo, ora nulla passa con lui che non puzza d'inganno.
Gioca a carte nella suburra e vive nella senigallietta di notte.
Hai messo la maglietta di lana? - fa la consorte - Ora n'è il tempo!
Trangùgiati mezzo litro, poi presiedi vanverando alla papessa Giovanna.
L'ha messo in quel posto a tutti quanti, l'Aloni Alfiba, amici e maestri,
saltando saltando, alla garibaldina, e pennicando nelle retrovie dell'istruzione,
per approdare al natural prospetto - e ci mancherebbe! dice lui - della dirigenza.
Pape satan, pape satan, aleppe - mi sta bene solo laggiù! annotàtelo! -
accanto ai miei compagnucci cattocomunisti della briscoletta,
che di sera mi osannano - oh, come mi osannano, ... si! -
loro, così gentili, col fiasco in mano - si, loro, la mia passione.
Giro alto come un falco tra lo sterco degli acari e arringo le pulzelle
che mi sanno ostile, dal fiato etilico, dal rimbrotto facile e messianico.
Non hai fatto il biglietto? No? Tanto non sei uso ... e viaggi da indiano,
curando da pizzicagnolo la delibera e ogni carta che non sia la briscola.
E sei fortunato che Ben Pandera l'hanno inchiodato al legno
come una putrella al muro in zona sismica con faglia tettonica,
che se potesse sbarcherebbe a terra a ridimere i tuoi vezzi indicibili.
Ti sei giocato la grafica della sede centrale, da buon gregario,
da buon sindacalista (ma di che, poi?), con occhio vigile e sornione
- voglio andare laggiù, vi scongiuro! tra i miei compagnucci della briscoletta,
nella mia senigallietta, oh ... loro sì che mi amano col fiasco in mano ... -
e il sottosegretario del partito rifondarolo, cui approdasti properly family dalla DC,
ti tappa la bocca alla conferenza delle fanfaluche, dove esprimi poco e d'inganno,
poi ti scusi s. m. col pretesto del lutto, da buon pinocchio e paterno spergiuro.
Da repellente spifferaio ti giochi il narcotico segreto d'ufficio come una scartina.
Torni ogni tanto sul luogo del delitto, pago e frontoso, a scongiurar congiure,
intanto che sali in cattedra, alla barba del precario untuoso come te,
e di quello che aspetta obtorto collo tempi migliori, non avendo briscole in mano.
(sabato 6 ottobre 2012, Omaggio 1 a Dante, Omaggio 1 a Sordi)

A tutta forza

Avanziamo rinculando a tutta forza dalle 6,28 (col Còrso),
ripiegamento di tovaglietta, salviettine profumate,
rotolone, asciugamano, spazzolino e dentifricio (niente cucchiaio),
e s'insacca il tutto in un borsone (senza rotelle).
Gli abiti scelti per la festa (60° di nozze)
vengono enumerati all'addetto in giacca nera (mancano le mutande),
si fissa l'agenda con l'algebrista in camicia bianca (e cravatta nera).
Ci invitano nel corridoio, ne esce un sarcofago d'acciaio lucido (a rotelle)
che scompare nell'ascensore dovuto (in questi casi).
Si ramazzano giornali vecchi e bottigliette vuote,
uno sguardo a tutto tondo e si ripiega nelle retrovie,
l'ospite ebete è già andato (per accertamenti, dicono),
qui il certo è certezza, il combattimento è concluso.
Non restano che le briciole del tramezzino della sera prima,
sono vistose ma poche, e sparse su area vasta,
ma di quelle, chi se ne fotte!? Chi le noterà mai se non l'addetta?
Chi farebbe un contenzioso o malumore per quattro molliche?
(lunedì 9 luglio 2012 ore 10,00)

La norma liscia e dritta

L'ho sfogliati un pò così, Corsera, Carlino,
l'altro ospite sorride ieratico ed ebete sul seggiolone,
vuole coricarsi ma l'infermiera insiste.
126 non parla, se ascolta non si sa, trema talora,
guarda di sottecchi qua e là,
spalanca il destro ogni tanto poi lo richiude,
niente di speciale, la norma del morire a otto flebo,
lenta s'innesta solenne, mentre le nostre stenosi
non s'arrestano nemmeno con bottiglietta d'acqua.
Puzza tutto qui intorno come ad un parto,
come ad un party dove signore arruffate
abbanfano l'aria miserevole degli estrogeni andati.
Né di venere né di marte, ma neanche di domenica,
non rimane che lunedì per dar principio all'arte.
Si scinde da qui il calcare d'appennino sotto flebo,
placebo erronea e inconsistenti lacci, nulla,
nella loro trasparente inerzia di ammennicoli.
Dice il dottore che il terminale è avanti,
che persiste, che la fibra è forte,
ma il tempo trascorre sornione e ti lustra il naso a mezzogiorno.
Qua fuori parlano solo marocchino e slavo nel solleone,
e aspettano un bacio della sorte, che già è loro generosa.
(domenica 8 luglio 2012, ore 11,50)